Italiani viaggiatori: altri luoghi da altre epoche

par Veronica

Organizzare le proprie vacanze è ormai un gioco da ragazzi e anche le destinazioni più esotiche sono ormai mete facilmente raggiungibili. Per qualche italiano di fine Ottocento, invece, andare a Roma poteva costituire un viaggio pieno di imprevisti. Per non parlare del fascino esotico che anche una città come Napoli poteva esercitare sui viaggiatori europei…Figuriamoci arrivare fino in India o in Giappone! Ma c’è chi l’ha fatto e poi fortunatamente ne ha scritto.

Vi proponiamo otto racconti di viaggio da scaricare gratuitamente per scoprire il mondo con gli occhi di questi viaggiatori italiani di fine ‘800 e inizio ‘900.

 

Quando si arrivò in vista di Rotterdam, imbruniva e piovigginava; quindi vidi appena come a traverso un velo una confusione immensa di bastimenti, di case, di mulini a vento, di torri, d’alberi, di gente in moto sui ponti e sulle dighe; lumi da ogni parte; una gran città d’un aspetto non mai visto prima d’allora; e che la nebbia e l’oscurità mi nascosero ben presto.
Quando mi fui accomiatato dai miei compagni di viaggio, ed ebbi messo in ordine il mio bagaglio, era notte. “Tanto meglio;” dissi salendo in una carrozza “vedrò per la prima volta una città olandese di notte, che dev’essere uno spettacolo nuovo.” E in fatti il Bismark, quando fu a Rotterdam, scrisse a sua moglie che di notte vedeva dei fantasmi sui tetti.

          Olanda, Edmondo De Amicis, 1876

 

Così graziosa e vivida e simpatica, Betlemme, arrampicata alla sua collina! In un’ora vi si va da Gerusalemme, e vi è miracolosamente in Turchia, una strada carrozzabile che si percorre, senza rischio di rompersi il collo e senza neanche troppe scosse; il che, subito, vi fa l’effetto di una dolcezza inaspettata. Come vi avvicinate a Betlemme e girate un angolo di strada, voi lo vedete tutto quanto, il caro paese, ove nacque il bimbo divino: esso discende, folto di case fra i campi seminati, fra vigneti, fra gli alberi di frutta dove eccelle quello dell’albicocca, circondato di verde, serrato fra la sua modesta ricchezza agricola. Poi, entrandovi, voi attraversate, è vero, una via molto stretta, ma, dalle porte aperte delle casette, voi scorgete degli ambienti puliti, decenti, senza quella nerezza e quel puzzo di tante altre case, ahimè, cristiane di terra Santa!

Nel Paese di Gesù – Ricordi di un viaggio in Palestina, Matilde Serao, 1898

 

L’eccellente capitano non aveva previsto il cataclisma e s’era ingozzato di wisky fino agli occhi secondo l’abitudine di tutti i viaggi con tempo sereno. Quando si è scatenata la battaglia degli elementi il britannico era già nel regno dei sogni della sua Scozia. Finchè c’era il captas di bordo, un lupo del lago, vecchio marinaio corombo delle piroghe a vela, promosso secondo di bordo sui battelli a vapore della flottiglia del Tanganika, le cose procedevano ancora abbastanza bene, ma da quando il disgraziato, accalappiato a volo da un’ondata grifagna, è finito nel lago con un urlo selvaggio di belva strozzata, l’equipaggio di colore ha abbandonato il posto di manovra per raccomandarsi disperatamente ai Genii del vento e delle folgori i quali debbono essere nati sordomuti perchè non danno segno di vita. E noi… si guarda perchè… non si può far altro!

La sfinge nera. Dal Marocco al Madagascar, Mario Appelius, 1926

 

L’osteria di cucina a Roma tiene il luogo di mezzo fra la trattoria e il minestraro, Mescita di minestre, come direbbesi in Toscana: ma a Roma finisce quasi tutto in aro: Minestraro, bavullaro, ventaliaro, coronaro, scatolaro, immondezzaro, ecc. Anche le trattorie dove bazzicano eziandio senatori e deputati, come il Falcone e la Rosetta – intendo le trattorie proprio romane de Roma, lasciando mancomale in disparte le sublimità esotiche di Spillmann e comp. – non peccano per eccesso di eleganza.

Un viaggio a Roma senza vedere il Papa, Giovanni Faldella, 1880

 

Machado de Assis, il presidente dell’Accademia Brasileira, il più celebre poeta e scrittore del Brasile, non osava entrare nel salotto senza essersi informato se eravamo stanchi; e per darci un album da firmare, sentì la necessità di un preambolo lungo mezz’ora.
Ogni giorno giungevano nelle nostre camere delle magnifiche orchidee, dei frutti rari e squisiti, dei giocattoli perfino, senza che se ne sapesse il donatore. La timidezza, la modestia degli uomini colti ivi giunge al punto che un grande giornale francese, avendo chiesto per mezzo del console, un corrispondente che lo mettesse al corrente della letteratura brasiliana, l’incarico fu affidato a un giovanetto di primo pelo, perchè letterati e scienziati restarono tutti ugualmente indifferenti alla influenza che avrebbero potuto acquistare con questo mezzo in Europa, sfiduciati, a torto, di poter interessare il pubblico europeo alle loro produzioni.

Nell’America Meridionale (Brasile, Uruguay, Argentina), Gina Lombroso, 1908

 

Dopo 84 giorni di cielo e mare, le terre di Giava, Sumatra, e le isole che stanno nello stretto, coperte di una densa vegetazione tropicale, ci parvero il paradiso terrestre, tutte le pene e le noie di una lunga navigazione erano dimenticate, e non si pensava che a divorare coi nostri cannocchiali quei paesi nuovi. Enormi squali, e numerosi serpenti di mare (Hydrophis) ci passavano vicini, mentre la Magenta solcava le acque calme e verdastre dello stretto; un magnifico chiaror di luna rese ogni punto così distinto da permetterci di continuare il cammino tutta la notte.

Il viaggio della Magenta, Enrico Hillyer Giglioli, 1885

 

Ecco l’Esplanade, dove l’ansare delle automobili, lo scalpitìo degli equipaggi, si fonde col vociare di una folla composta di dieci razze diverse e il suono di venti bande militari. È la passeggiata, il Bois de Boulogne di Bombay: interessante, misto, illogico, come un quadro futurista: tutti i veicoli: carrozzelle indigene, tirate da zebu gibbosi, dalle corna dorate, elefanti gualdrappati fino a terra di velluti ricchissimi, dai quali non emergono che i quattro zoccoli enormi, le zanne tronche, la proboscide, gli orecchi agitati di continuo come due ventagli; carrozze dai cavalli candidi precedute da araldi ansanti e vocianti: […].

Verso la Cuna del mondo – Lettere dall’India, Guido Gozzano, 1913

 

La prima impressione che si riceve entrando in Napoli, è quella d’una città in festa. Quel chiasso, quello strepito, quella turba di veicoli e di pedoni che si affollano per le vie, ti sembra, a prima vista, che debba essere cosa transitoria, un fatto fuori dell’ordinario, una sommossa, una dimostrazione o che so io. Volti gli occhi in aria: una miriade di finestre ed altrettanti balconi e tende che sventolano al sole e fronde e fiori e persone fra quelli affacciate, ti confermano nella illusione. Il frastuono, le grida, gli scoppi di frusta ti assordano; la luce ti abbaglia; il tuo cervello comincia a provare i sintomi della vertigine, i tuoi polmoni si allargano; ti senti portato a prender parte alla entusiastica dimostrazione, ad applaudire, a gridare ― evviva! ― ma a chi?

Napoli a occhio nudo. Lettere ad un amico, Renato Fucini, 1878

 

Se, come noi, non riuscite più a fare a meno della letteratura di viaggio, qui vi aspettano i nostri viaggiatori preferiti, per non parlare di tutte le biografie di avventurieri ed esploratori.