Notti magiche: leggendo gli anni ’90

par Veronica

“…inseguendo un gol!”…Viene di riflesso, eh? Se il verso della mitica canzone cantata da Gianna Nannini e Edoardo Bennato è risuonato anche nella vostra testa allora non avete scampo: Errico Buonanno e Luca Mastrantonio hanno scritto questo libro proprio per voi.

Sapete qual è la cosa più commovente? Gli anni ’90 sono stati una vera e propria esperienza collettiva e la visione unica e soggettiva che ne abbiamo si somma a quella di migliaia di ex ragazzini.

Possiamo quindi partire da questo presupposto per sentirci un po’ meno scemi quando, con occhi sognanti, parliamo della prima lettura di Jack Frusciante è uscito dal gruppo o quando non troviamo il coraggio di buttare via il nostro primo, ormai scassatissimo, zaino Invicta.

Cosa troverete all’interno: foto di oggetti che credevate di aver dimenticato e che faranno venire a galla i ricordi più lontani, capitoli come Che fine ha fatto Mauro Repetto? o Coatti e fighetti e tutta una galleria iconografica degna di un collezionista di cimeli.

C’era Pennac. E c’era Stefano Benni. C’era Banana Yoshimoto, per esempio, e il Sudamerica: Amado, Sepúlveda, Isabel Allende. Ma perché? C’era Gabriele Salvatores, e Benigni. Il premio Nobel a Dario Fo. E il grande guru Coelho. C’era questo. Chiudete un po’ gli occhi e completate la lista, pensando al profumo degli scaffali dell’epoca.

Quello fu un tempo singolare. Un tempo in cui, all’ideologia, si sostituì la libreria. Un tempo in cui, alle magliette del Che, si sostituirono le t-shirt con le citazioni dei romanzi e dei film, e in cui alla politica si sostituì la cultura. Cultura lieve, frizzante, leggera, che ora veniva caricata di un nuovo valore inaspettato, politico.

Volendo, potremmo spiegarla così: l’Unione Sovietica era appena crollata, e la sinistra si chiedeva quale diamine fosse la sua identità, ovvero, come si diceva allora, il suo grande album di famiglia. Dal punto di vista strettamente politico, si salvavano solo i fuoriusciti, gli esclusi: Gramsci e Guevara, poco altro.

Ma, dato che a destra si profilava il regno di Silvio, e dato che molto del passato non poteva più essere utilizzato come modello, né pratico né esplicito, nacque una smania identitaria che andava a pescare da lidi bislacchi. Dalla commedia all’italiana e dal teatro. Dal Piccolo Principe o da La casa degli spiriti. Dal Messico di Cacucci o da Francesco De Gregori unplugged. Dalle vhs dell’“Unità” di Veltroni, dal Gabbiano Jonathan Livingston e dalla Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare. E c’era il giallo di provincia, c’era il bar sport, l’Emilia Romagna. E Caracas.

Così, per la media borghesia italiana, i buoni romanzi di Daniel Pennac (un po’ come i primi Camilleri, d’altronde) non rappresentavano soltanto dei libri piacevolissimi, ironici, fantasiosi e garbati (questo erano), ma una questione di appartenenza, una speranza, e un manifesto.

Si trattava, in sostanza, della domanda: «Chi siamo?», e la risposta solare diceva: «Lettori».

Insomma, l’avete sentita la fitta di nostalgia? Se volete continuare questo viaggio a ritroso nel tempo non dovete fare altro che cliccare sui titoli dell’immagine sottostante e sarete di nuovo trasportati negli anni ’90…